#Faivolareunafiaba: dalla finestra

Ho scritto questo racconto per partecipare anch’io all’iniziativa #Faivolareunafiaba organizzata da Morellini Editore.

#Faivolareunafiaba, nasce da un’idea della giornalista Laura Avalle, per raccogliere e diffondere fiabe nate in questo periodo, molte per cercare di spiegare ai propri bambini il coronavirus, ma non solo.

Morellini Editore ne pubblica una al giorno sulla propria pagina Facebook, e, se volete mandare le vostre anche voi basta scrivere a info@morellinieditore.it.

Ecco la mia, buona lettura!

Dalla finestra

Dal trasloco, quella tapparella era sempre rimasta abbassata.
Si erano trasferiti qui a gennaio, era il terzo trasloco in quattro anni: ogni volta tutta la famiglia costretta a seguire il padre nei suoi incarichi qua e là sparsi per il mondo.
Appena Mario iniziava a farsi delle nuove amicizie, a trovare interessante qualche ragazzina, arrivava puntuale la solita frase del padre “Mi hanno assegnato ad una nuova base, partiamo tra una settimana.”
Mario non aveva voce in capitolo e l’unico modo che aveva per coltivare qualcosa che assomigliava a delle relazioni era attraverso il suo videogioco preferito, Fortnite, in cui era un campione.
Potevano togliergli tutto, ma non il suo Fortnite.
Il giorno prima aveva inscatolato tutto quello che c’era nella sua stanza, il giorno dopo aveva ritrovato tutto già sistemato nella nuova cameretta, nella nuova città sconosciuta: era uno dei pochi privilegi di essere il figlio del Generale.
Ad ogni trasloco c’era qualcosa di nuovo ad accoglierlo nella nuova cameretta: un nuovo monitor, una sedia da gamer più ergonomica, un’espansione del pc per renderlo più veloce e potente.
Tra tutte le camerette in cui aveva vissuto, quest’ultima però era la peggiore.
L’aveva capito subito, dopo essere sceso dall’auto e aver fatto i gradini a due a due per correre nella propria stanza: la luce era tutta sbagliata.
Il sole, quel maledetto sole, entrava di prepotenza nella stanza senza essere invitato e colpiva in pieno il nuovo schermo curvo della sua postazione da gamer.
Mario sapeva come fregarlo, aveva abbassato la tapparella e aveva subito iniziato una partita.
Mentre era concentrato ad attaccare gli altri giocatori, la madre era entrata senza bussare, gli aveva chiesto “Cosa fai con la tapparella abbassata?” e, senza aspettare la risposta l’aveva alzata.
Il sole da bullo era entrato dalla finestra e aveva colpito al cuore il monitor curvo, togliendo parte della visuale a Mario.
E Mario aveva perso, non uno scontro qualsiasi, ma lo scontro dove tutti lo davano per vincitore.
Gli era montata dentro una rabbia improvvisa, incontrollata e tra un insulto e l’altro aveva urlato che quella maledetta tapparella doveva restare abbassata, sempre.
Il padre che aveva osservato tutta la scena dal corridoio, aveva scosso la testa quando la madre si era rivolta verso di lui in cerca di aiuto.
La tapparella da quel giorno restava abbassata quando Mario si svegliava, poi veniva aperta da Agnese, la governante, quando la mattina sistemava la stanza, e poi veniva di nuovo abbassata prima che Mario tornasse a casa da scuola.
Erano passati quasi due mesi da quel giorno, e quella strana routine si era ripetuta senza interruzione.
Poi era arrivato il Coronavirus e tutto era cambiato.
Mario come tutti gli altri studenti non andava più a scuola, era a casa mattina e pomeriggio.
Il primo giorno di quarantena, era iniziato come tutti gli altri, ma quando Mario, conclusa la colazione e, dopo essersi lavato, era entrato nella sua stanza, aveva urlato di nuovo: Agnese la governante, stava sistemando la stanza con la finestra aperta e la tapparella alzata.
La madre era subito accorsa preoccupata.
Mario aveva indicato la finestra e la tapparella alzata.
“Cosa ti avevo detto?”, urlò il ragazzo, per Mario era diventata una questione di principio.
“Non c’è il sole tesoro, arriva solo a mezzogiorno.”
“Non mi interessa!”, aveva replicato Mario.
“Prima di mezzogiorno, ti prometto che torno nella stanza e ti abbasso la tapparella.”
In quel giorno, già iniziato male, qualcosa doveva andare storto, perché la madre tornò puntuale nella stanza, ma la tapparella non voleva abbassarsi, con una fumata grigia, il motore che comandava il meccanismo si era bruciato.
Serviva un tecnico per ripararlo, ma in quarantena, nonostante le amicizie e il potere del padre, bisognava aspettare almeno una settimana.
Mario diede di matto, per lui il gioco era tutto, per lui il gioco era la vita che aveva e che finora nessuno gli aveva mai portato via.
Quando chiudeva la porta dietro di sé e si lasciava la camera scura alle spalle, entrava in un mondo di luci dove era l’eroe.
Incurante del sole che entrava tronfio nella camera, Mario iniziò a giocare, ma fu subito abbattuto, era come combattere con la vista appannata.
Le tende alle finestre offrivano solo un pallido filtro ad un sole che sembrava proprio avercela con lui e con la sua stanza.
Mario giocò e perse, giocò e perse ancora e ancora e all’improvviso quel gioco stesso perse buona parte della sua attrattiva: se non poteva essere un eroe nennemo lì, tanto valeva non entrarci più.
Il ragazzo quindi decise di dedicarsi al suo nuovo vero nemico, il Sole: si girò di scatto, andò alla finestra, spostò con rabbia le tende e lo sfidò ergendosi fiero come quei supereroi col mantello che guardava alla tv.
E fu in quell’istante che la vide.
Nel palazzo di fronte al suo, c’era una ragazza affacciata ad una finestra, gli sorrideva e lo salutava con la mano.
Mario si sorprese a salutarla anche lui.
Iniziò così l’amicizia tra Mario e Greta, una storia fatta di fogli A4 e A3 dove i due ragazzi si scrivevano a caratteri cubitali i propri nomi prima, sogni, giochi e curiosità dopo.
Mario si commosse, quando un giorno alla finestra Greta gli mostrò il suo quadro con l’arcobaleno che diceva “Andrà tutto bene”, così a suo volta si impegnò con fogli e pennarelli per creare anche lui il suo messaggio di speranza.
Poi arrivò quel giorno, alle undici di mattina in cui in tutta Italia, sui balconi le persone avrebbero cantato in coro tutti insieme l’inno nazionale.
Mario insistette sia con Agnese che con la madre per farsi stampare il testo della canzone, che non sapeva ancora a memoria.
Affacciato alla finestra urlò le parole dell’inno e quella fu anche la prima volta che Greta sentì la voce del ragazzo.
In tutto quel miscuglio di voci ed etnie che cantava per i nostri medici, Mario, ne era sicuro, riusciva a distinguere la voce di Greta: quella era lei, quella con quelle note così angeliche.
Le giornate scorrevano ad un ritmo nuovo, con una cadenza di attimi preziosi.
In poche settimane Fortnite era diventato solo un passatempo serale, quando anche il Sole si arrendeva alla Luna; quelle partite notturne non avevano più lo stesso sapore, la stessa voglia.
All’improvviso Mario avrebbe voluto che il Sole fosse così forte da poter vincere anche la Luna.
Poi un giorno ebbe un’idea: chiese per Pasqua un cellulare, avrebbe così potuto parlare più facilmente con Greta.
I genitori lo guardarono in modo strano e solo quando lui giurò che non gli serviva per uno dei suoi videogiochi, lo accontentarono.
Mario quella sera aveva trascorso diverse ore a colorare il suo foglio, disegnando un cellulare stilizzato e scrivendo ben in grande il suo nuovo numero di telefono.
Greta aveva sorriso leggendo dall’altro palazzo la sua frase: poi era diventata di colpo triste e aveva scosso la testa in segno di diniego.
Mario non capiva… aveva sbagliato qualcosa? Non riusciva a darsi una spiegazione.
Greta era scappata via e non si era più fatta viva per giorni.
Ogni giorno Mario tornava alla finestra, ma dove prima c’era quella ragazzina bionda, ora c’era una tenda tirata con una pallida luce accesa al suo interno.
Mario perse il conto dei giorni, quando all’improvviso sentì vibrare il telefono, era un messaggio.
“Ciao, sono Greta.”
Mario rispose subito al messaggio, “Ciao, sono Mario.”
“Lo so”, rispose lei, poi aggiunse in un messaggio successivo, “mi hai scritto tu il tuo numero”.
Mario si fece coraggio e chiamò quel numero, voleva parlare con Greta, ma appena sentì squillare, gli rispose il segnale di occupato.
Riprovò più volte, ma il numero era sempre occupato.
“Per favore solo sms” gli rispose lei con un messaggio al quinto tentativo di chiamata.
Mario, si stupì di quella richiesta, ma accettò.
Da quel momento, fu un alternarsi di fogli e messaggi e colori e racconti e avventure e libri scritti e letti insieme a quattro mani un sms dopo l’altro.
Poi la quarantena finì.
“Io tra mezz’ora vado al parco qui di fronte, vieni anche tu?”, Mario non sapeva dove aveva trovato il coraggio per invitarla.
“Sei sicuro di volermi conoscere?”
Mario aveva risposto… “Certo!”
Lui era andato, la madre seduta su una panchina poco distante.
Continuava a guardare in direzione della casa di Greta, poi finalmente la vide arrivare.
Voleva andarle incontro, ma lei gli fece cenno di aspettare.
Fu lei ad andare verso di lui, con passi calmi e misurati, come se per qualche motivo volesse ritardare il momento di quell’incontro.
Quando furono vicini, Mario disse “Ciao, sono Mario.”
Greta si indicò, indicò le sue labbrà e gli fece un gesto con le mani in segno di diniego, poi lei si fermò imbarazzata.
“Tu devi essere Mario”, si presentò la madre di Greta che intanto li aveva raggiunti.
Mario la salutò.
“Mia figlia non parla dalla nascita”, aggiunse la donna.
Mario finalmente capì perché non gli aveva mai risposto al telefono.
La ragazzina fece un paio di passi indietro, come se la madre avesse già detto tutto e parlato per entrambi.
Mario reagì, si spinse in avanti e la prese per mano, “Dai insegnami a parlare con te.”
Greta sorrise.
Andrà tutto bene.

 

Foto credits: Immagine scattata durante le mie corse lungo il Villoresi

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